Altissima povertà: Regole monastiche e forme di vita by Giorgio Agamben

By Giorgio Agamben

Che cos'è una regola, se essa sembra confondersi senza residui con los angeles vita? E che cos'è una vita umana, se in ogni suo gesto, in ogni sua parola, in ogni suo silenzio non può più essere distinta dalla regola? È a queste domande che il nuovo libro di Agamben cerca di dare una risposta attraverso un'appassionata rilettura di quel fenomeno affascinante e sterminato che è il monachesimo occidentale da Pacomio a San Francesco. Se il libro ricostruisce nei particolari l. a. vita dei monaci nella loro ossessiva attenzione alla scansione temporale e alla regola, alle tecniche ascetiche e alla liturgia, los angeles tesi di Agamben è, però, che l. a. vera novità del monachesimo non sta nella confusione fra los angeles vita e l. a. norma, ma nella scoperta di una nuova dimensione, in cui forse consistent with l. a. prima volta l. a. "vita" come story si afferma nella sua autonomia e los angeles rivendicazione dell'"altissima povertà" e dell'"uso" lancia al diritto una sfida con cui il nostro pace deve ancora fare i conti. "Come pensare una forma-di-vita, cioè una vita umana del tutto sottratta alla presa del diritto e un uso dei corpi e del mondo che non si sostanzi mai in un'appropriazione? Come pensare los angeles vita come ciò di cui non si dà mai proprietà, ma soltanto un uso comune?"

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Se l'identita dell'aposrrofante, d ivisa com'e fra scrittura e parola, e propriamente indiscernibile, non meno problematica e quella d i colui che viene apostrofato come homo. ), che dovra osservare fedelmente. 3. Vi e, tuttavia, nel testa della regola, un passo che sembra con tenere la chiave di tutti questi enigmi e che, insieme, permette di definire la consistenza e la natura propria della regola. Si tratta del capitola 24, il cui titolo recita De ebdomadario lectore ad mensas, «Del lenore settimanale durante il pasta >> .

E ~ Pacendo ddl'csilio un principia politico costirucntc, Pilone si rift~riva, in r<~alta, a una tradizione consolidata nella filosofia grcca, chc si serviva dell' csilio come metafora della vita perfctta del filosof(). Nel celebre passo del leeteto (r76 a-b), in cui l'assimilazione a Dio eprcsentata come una phyge (phyge de homoiosis theoi kata ton dynaton), occorre restituire a phyge il suo significato originario di esilio («l'assimilazione a clio evinualmente un esilio») . Ed e in pcrfetta analogia con la metafora ph ton ica che, nella Politica (1324a i5-16), Aristorele puo definirc « stranicra )) (xenikos bios) Ia forma di vita del filosofo.

805). A differenza della detJotio pagana, in cui il devotus conscgna agli dei il suo corpo e Ia sua vita biologica, il voto cristiano per cosl dire, oggertualmente vuoto c non ha altro conrenuro ch e il prodursi di un habitus nella volonta, il cui risultato ultimo sara una ccrta forma di vita comune (o, nella prospetdva liturgica, l'inverarsi di un certo ojjz'cium e di una ccrta religio). Ancora una volta, il nucleo decisivo della condizionc monastica non c una sostanza o un contenuto, rna un habitus o una f<-n·ma c comprendere quella condizione significhera tornarc a misurarsi col problema dell'« abito >> c della forma di vita.

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